Il Festival ‘L’Occidente nel labirinto’
Le tre immagini di Bobbio
Norberto Bobbio si interrogava sul significato della vita per mezzo di tre immagini tratte da Wittgenstein, elevate a paradigmi: la bottiglia nella quale la mosca vola a casaccio, la rete in cui si dibatte il pesce, il labirinto entro il quale ci si aggira cercando la via per uscirne.
Delle tre, Bobbio prediligeva quella del labirinto perché, scriveva, «chi entra in un labirinto sa che esiste una via d´uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un´altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro».
Le parole di Bobbio furono assunte quale viatico dal Circolo Acli ‘Lamberto Valli’ quando, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, si avvertì l’urgenza di capire i segni dei tempi e di offrire non verità, tentazione che alla base di tanti integralismi, bensì un metodo, un abito mentale fatto di passione per la ricerca, di attitudine al dialogo, di chiarezza definitoria, di parole libere ma non liberate.
Undicesima edizione
‘La consolazione e la tenerezza. Il flauto magico di Mozart’
“Alla memoria di coloro che, in questo tempo del disprezzo, sono annegati nel Mediterraneo, inseguendo un sogno”
“Ma come! Mozart in mezzo alla storia più folle e pressante?”, si domandava nel 1956 Albert Camus nell’ultimo editoriale scritto per L’Express.
Il quarto giubileo della nascita del Salisburghese cadeva, infatti, in un tempo travagliato per l’Europa e in particolare per la Francia: da due anni era in corso la Guerra d’Algeria, destinata a radicalizzarsi in uno scontro senza esclusioni di colpi da una parte come dall’altra. Se vi è un’accusa che proprio non può essere mossa a Camus è quella di lenocinio intellettuale o di melensa posa estetizzante.
Per cui, se il grande scrittore algerino sentì il bisogno di richiamarsi a Mozart, ciò fu solo per intima convinzione. Camus dimostrò di aver colto la cifra dell’arte mozartiana, vale a dire la consolazione e la tenerezza, la cui urgenza si fa tanto più acuta quanto più funesto è il tempo che si sta vivendo.
‘Il flauto magico’ è l’opera in cui la consolazione e la tenerezza mozartiane raggiungono il fastigio: esse sono autentiche, perché nascono dal dolore e da una riflessione lucidissima – di una lucidità quasi insostenibile – sulla condizione umana. Eppure, nonostante tutto, esse dicono che l’uomo è un essere infinitamente prezioso e che la creazione tutta deve essere il nostro primo e ultimo amore: la musica di Mozart si fa, così, speranza nella disperazione, ricchezza nella miseria, pace nel conflitto, unione nella separazione.












